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PAGINE DI VITA VISSUTA
tratto dal libro "Gallio 1915-18
- Dramma di un paese" edito dall'Amministrazione Comunale
di Gallio
Mi trovavo ancora in convalescenza della
spagnola, lunga malattia, che in Albettone mi aveva portato
quasi in fine di vita; tuttavia dopo l'armistizio volli visitare
Gallio. Era il 17 Novembre 1918 feci la Valle di Valstagna,
- tutta ingombra di materiale bellico - Al Buso con un senso
d'orrore trovai in mezzo alla strada un primo cadavere: era
di un soldato austriaco. Giunto a Gallio, restai profondamente
impressionato, avvilito; non immaginavo mai di trovare si
grandi rovine. La chiesa era quasi completamente distrutta,
la sola facciata era rimasta in piedi: il campanile troncato
fino alla base, le canoniche, il municipio atterrati; delle
scuole, asilo, teatro, e di qualche casa privata rimaneva
solo in piedi qualche moncone di mezzo, di tutto il resto
macerie... macerie... Non una casa al coperto, ne una stanza
abitabile in tutto il paese. Il piano del centro sembrava
pure mutato, le vie rimasero impraticabili, i campi, i prati
sconvolti, dilaniati, i boschi in parte completamente distrutti,
ed in parte danneggiatissimi, il terreno era coperto di carriaggi,
di cannoni, di bombe inesplose, insomma non trovai più
Gallio, ma rovine, desolazione, distruzione. Ricordo... mi
fermai sul piazzale della Chiesa... era mezzogiorno... ero
stanco, e non trovai un posticino un po' sicuro per sedermi
- muri crollanti, granate, materiale ingombrante mi mettevano
in continuo pericolo. In piedi, piangendo mi cibai non senza
sforzo, d'un po' di pane, e coll'animo straziato, con un nodo
che mi serrava la gola, ritornai sui miei passi, desiderando
di portare le mie tristissime impressioni ai fratelli profughi.
Nel Marzo 1919, non di mia elezione, venni
eletto Arciprete di Gallio. Animato dalla piena fiducia dei
miei Superiori, il 4 Aprile dopo lunghi anni di profugato,
ritornai a Gallio, e mi stabilii (il primo fra i sacerdoti
dell'Altipiano) in Parrocchia; ripristinai il culto in una
miserabile baracca; affrontando ogni disagio, mi dedicai al
maggior bene morale e materiale degli operai e dei primi parrocchiani
rimpatriati. Dovetti sistemarmi alla meno peggio, come il
missionario al primo arrivo nelle terre deserte dell'Africa,
in una baracca, ove rimasi per quasi tre anni. Ogni mia cura
fu per vedere risorta presto la bella Chiesa, e con la Chiesa
rinnovellate, fortificate nella fede le anime affidatemi.
Oggi con soddisfazione, vedo che i miei
sacrifici, i miei sforzi non furono infruttuosi. La Chiesa
è risorta; è risorta più bella, più
attraente di prima. Con essa sono risorti gli oratori della
Campanella della B. V. della Salute e la Chiesa di Stoccareddo.
Esulta l' animo mio nel vedere e nel partecipare a tanta festa,
per la risurrezione di questi sacri edifici, e nel lasciare
questa Parrocchia faccio voti che gli animi del tutto risorgano
alla fede, alla vera pietà, e che il mio successore
possa avere maggiore soddisfazione e raccogliere frutti anche
maggiori.
L' Arciprete
DON FRANCESCO CARON
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